Se questa fede fosse eliminata dalle vicende umane, chi non si avvede di quanto scompiglio si determinerebbe in esse e di quale orrenda confusione ne seguirebbe? Se non devo credere a ciò che non vedo, chi infatti sarà riamato da un altro, dal momento che in se stesso l’amore è invisibile ? Pertanto finirà del tutto l’amicizia, perché essa non consiste in altro che nell’amore reciproco. Quale amore infatti si potrà ricevere da un altro, se non si crede affatto che sia stato dato? Con la fine dell’amicizia poi non resteranno saldi nell’animo né i vincoli matrimoniali né quelli di consanguineità né quelli di parentela, poiché anche in essi vi è senz’altro un comune modo di sentire basato sull’amicizia.

I coniugi dunque non potranno amarsi a vicenda, quando, non potendo vedere l’amore come tale, l’uno non crederà di essere amato dall’altro. Essi non desidereranno avere figli, poiché non credono che saranno da essi ricambiati. E costoro, se nascono e crescono, ameranno molto di meno i loro genitori, non vedendo nel loro cuore l’amore verso di sé, dato che è invisibile; naturalmente, però, qualora il credere le cose che non si vedono è segno di colpevole impudenza e non di lodevole fede. Che dire poi degli altri vincoli familiari – tra fratelli, tra sorelle, tra generi e suoceri, tra congiunti di qualsivoglia grado di consanguineità e affinità – se l’amore è incerto e la volontà è sospetta, tanto da parte dei genitori verso i figli quanto da parte dei figli verso i genitori, e quindi finché la dovuta benevolenza non è ricambiata, perché non la si ritiene dovuta quando, non vedendola, non si crede che vi sia nell’altro? D’altra parte, se non è ingenua, è quanto meno odiosa questa cautela per la quale noi non crediamo di essere amati per il fatto che non vediamo l’amore di chi ci ama, e pertanto non ricambiamo a nostra volta coloro che non ci riteniamo in dovere di ricambiare. Fino a tal punto perciò le cose umane sono sconvolte, non credendo ciò che non vediamo, da essere distrutte fino alle fondamenta, se non crediamo a nessuna volontà d’uomo, che di certo non possiamo vedere.

Tralascio di dire quante cose della pubblica opinione, della storia ovvero di luoghi in cui non sono mai stati credano coloro che ci riprendono per il fatto che crediamo ciò che non vediamo, e come essi non dicano “non crediamo perché non abbiamo visto”. Se dicessero ciò, infatti, sarebbero costretti a confessare di non avere alcuna certezza sull’identità dei loro genitori, poiché, anche in questo caso, hanno creduto a quanto altri gli raccontavano, senza peraltro essere capaci di mostrarglielo perché era ormai passato; e, pur non conservando alcun ricordo del tempo della loro nascita, tuttavia hanno dato il pieno consenso a coloro che in seguito gliene hanno parlato. Se così non fosse, inevitabilmente si incorrerebbe in un’irriguardosa mancanza di rispetto nei confronti dei genitori, nel momento stesso in cui si cerca di evitare la temerità di credere in quelle cose che non possiamo vedere.

Sant’Agostino, dalla “Fede nelle cose che non si vedono”, Apologetici